LECTIO  DIVINA

V DOMENICA QUARESIMA

(29 marzo 2020)

 

 

Orazione iniziale

 

 

Signore, la tua Parola è dolce,
è come un favo di miele;
non è dura, non è amara.
Anche se brucia come fuoco,
anche se è martello che spacca la roccia,
anche se è spada affilata
che penetra e separa l'anima...
Signore, la tua Parola è dolce!
Fa' che io la ascolti così,
come musica soave,
come canzone d'amore;
ecco le mie orecchie, il mio cuore,
la mia memoria, la mia intelligenza.
Ecco tutto di me, qui davanti a te
fammi ascoltatore fedele, sincero, forte;
fammi rimanere, Signore,
con le orecchie del cuore fisse
sulle tue labbra, sulla tua voce,
su ognuna delle tue parole,
perché neppure una di esse cada a vuoto.


Dal Vangelo secondo Giovanni, 11,1-45

In quel tempo 1un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. 2Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. 3Le sorelle mandarono dunque a dirgli: "Signore, ecco, colui che tu ami è malato". 4All'udire questo, Gesù disse: "Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato". 5Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. 6Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. 7Poi disse ai discepoli: "Andiamo di nuovo in Giudea!". 8I discepoli gli dissero: "Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?". 9Gesù rispose: "Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui". 11Disse queste cose e poi soggiunse loro: "Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo". 12Gli dissero allora i discepoli: "Signore, se si è addormentato, si salverà". 13Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. 14Allora Gesù disse loro apertamente: "Lazzaro è morto 15e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!". 16Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: "Andiamo anche noi a morire con lui!". 17Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. 18Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri 19e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. 20Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. 21Marta disse a Gesù: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! 22Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà". 23Gesù le disse: "Tuo fratello risorgerà". 24Gli rispose Marta: "So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno". 25Gesù le disse: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?". 27Gli rispose: "Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo". 28Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: "Il Maestro è qui e ti chiama". 29Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. 30Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. 31Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. 32Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!". 33Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, 34domandò: "Dove lo avete posto?". Gli dissero: "Signore, vieni a vedere!". 35Gesù scoppiò in pianto. 36Dissero allora i Giudei: "Guarda come lo amava!". 37Ma alcuni di loro dissero: "Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?". 38Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. 39Disse Gesù: "Togliete la pietra!". Gli rispose Marta, la sorella del morto: "Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni". 40Le disse Gesù: "Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?". 41Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: "Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. 42Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato". 43Detto questo, gridò a gran voce: "Lazzaro, vieni fuori!". 44Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: "Liberàtelo e lasciàtelo andare". 45Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Collocazione del brano

Questo brano della risurrezione di Lazzaro, oltre a far parte delle ultime tre tappe di preparazione dei catecumeni è il preludio ai racconti della passione e morte di Gesù. Infatti Giovanni al termine di questo episodio (Gv 11,45-53) ricorda che il Sinedrio decise di far morire Gesù proprio a causa di questo strepitoso miracolo. Il brano inoltre è in continuità con quello precedente (10,24-39), in cui i giudei chiedono a Gesù di dire apertamente chi sia, ma Gesù rimprovera loro di saperlo già e di non volergli credere. Come il racconto del cieco nato, anche la risurrezione di Lazzaro è preceduta da un diverbio con i giudei e dal tentativo di questi di lapidare Gesù (10,31.39). La resurrezione di Lazzaro è l’ultimo segno compiuto da Gesù e corona i racconti delle “opere” che testimoniano a suo favore. Anzi possiamo dire che sia il segno per eccellenza: Gesù non è un semplice guaritore, ma è per tutti “la risurrezione e la vita”, proprio per il suo passaggio attraverso la morte.

Lectio

In quel tempo 1un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato.

Il racconto inizia con la semplice presentazione dei personaggi. Lazzaro è ignoto alla tradizione sinottica. Il nome Lazzaro significa “colui al quale Dio viene in aiuto”. Egli è l’unico malato nel vangelo di Giovanni che viene ricordato per nome. E’ differente dagli altri malati guariti da Gesù perché egli faceva già parte del gruppo dei suoi discepoli. Marta e Maria sono ben conosciute, grazie a Luca. Betania è una piccola borgata a 3 km da Gerusalemme. Qui Gesù alloggiò negli ultimi giorni della sua vita (Mc 11,1-11; Mt 21,17). In questo testo ricorrono spesso i termini fratello e sorella. Ciò suggerisce non solo la consanguineità tra i tre amici di Gesù, ma il fatto che a Betania vi fosse già una comunità di discepoli, i quali nella Chiesa primitiva venivano appunto chiamati fratelli e sorelle.

2Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato.

Maria viene identificata per anticipazione, con la donna che unse Gesù qualche giorno prima della sua morte (Gv 12,1-8). Questo versetto non è una glossa, ma sta ad evocare fin dall’inizio del racconto, la morte di Gesù stesso. L’unzione infatti rimandava alla sepoltura. Questo ci dice anche che Maria era ben conosciuta da parte dei lettori di Giovanni.

3Le sorelle mandarono dunque a dirgli: "Signore, ecco, colui che tu ami è malato".

Il messaggio delle sorelle è implicito. Come Maria a Cana sanno che non è necessario dire altro perché Gesù si prenda a cuore il problema. Nel loro appello, Lazzaro non è chiamato per nome, ma è definito in base alla relazione “colui a cui tu vuoi bene è malato” (on phileis). L’essere amati da Cristo non preserva dunque dalla sofferenza e dalla malattia, né la malattia di Lazzaro è conseguenza di una trascuratezza di Gesù.

4All'udire questo, Gesù disse: "Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato".

Le parole di Gesù spiazzano un poco. Egli non parla di Lazzaro ma parla della sua malattia e della sua inevitabile conseguenza, la morte. Ma invece di piegarsi a questa inevitabilità Gesù apre la malattia alla “gloria di Dio”, la quale a sua volta porta alla glorificazione del Figlio. Qui Gesù anticipa quello che compirà, il suo programma. La gloria di Dio e del Figlio non consiste nell’umiliazione dell’uomo, ma nel comunicargli la vita piena, liberandolo dalla morte e dalle tenebre. L’espressione “sia glorificato” può essere tradotta con “si manifesti la gloria”. Questa espressione mette la risurrezione di Lazzaro in connessione con il primo miracolo di Gesù alle nozze di Cana (a Cana Gesù “manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in Lui” (Gv 2,11). Si tratta dunque del primo e dell’ultimo dei sette segni che Giovanni riporta nel proprio vangelo. Sono l’inizio e la fine della manifestazione di Gesù. Sono simboli della salvezza portata da Cristo: a Cana il dono di un amore nuovo che unirà l’uomo e Dio, a Betania il trionfo sulla morte.

5Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro.

Gesù amava le due sorelle e Lazzaro. Qui il verbo è agapao, molto più intenso del verbo phileo che è stato utilizzato dalle sorelle per ricordargli la malattia di Lazzaro. E’ un amore forte che si realizzerà nel riportare Lazzaro in vita.

6Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava.

Nonostante Gesù amasse tanto i tre fratelli di Betania, non si precipita da loro. Questo sembra proprio un controsenso. Gesù non si attarda nell’attesa che Lazzaro muoia poiché sarebbe comunque arrivato tardi (cf. vv. 11 e 14). Possiamo intendere questi due giorni di attesa come l’intenzione di entrare nel terzo giorno, quello che a Cana (Gv 2,1) è stato quello della manifestazione della gloria di Gesù ai discepoli e che sarà anche quello della sua risurrezione.

7Poi disse ai discepoli: "Andiamo di nuovo in Giudea!".

Ricompaiono i discepoli, assenti dall’episodio del cieco nato. Là erano presenti affinché Gesù spiegasse il senso del miracolo che stava per fare; qui la loro opposizione alla partenza per la Giudea dà l’occasione a Gesù di manifestare la sua decisione di fronte alla morte di Lazaro e di fronte alla propria morte. “Andiamo di nuovo in Giudea”. Gesù prende l’iniziativa di partire per la Giudea, quando arriva il momento stabilito dal Padre. Si era infatti allontanato dalla Giudea con i suoi discepoli, ritirandosi in Transgiordania. Ormai l’ora di Gesù più volte nominata, a partire dalle nozze di Cana, sta per giungere

8I discepoli gli dissero: "Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?".

I discepoli protestano; il richiamo alla lapidazione rimanda a quanto era successo l’ultima volta in cui era stato a Gerusalemme (10,31.39) e il tema della morte di Gesù si profila chiaramente. Come nei sinottici, anche qui davanti a Gesù che parla della propria morte i discepoli rimangono sconvolti.

9Gesù rispose: "Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui".

Gesù non richiama i suoi discepoli ma fa loro questo discorso sul cammino di giorno o di notte. Nell’episodio del cieco (9,4-5) l’opposizione giorno/notte si riferiva al tempo in cui è possibile lavorare, e Gesù si riferiva alla sua missione. Qui il discorso si può accostare ad altre parole dette da Gesù a riguardo della luce e cioè Gv 12,35-36: “Solo ancora per un po’ di tempo la luce è in mezzo a voi. Camminate finché avete luce, affinché non vi sorprendano le tenebre. Chi cammina nella tenebra non a dove va. Finché avete luce credete nella luce”. Gesù inviterebbe dunque i suoi discepoli a vincere la loro reticenza e a seguirlo, poiché ormai il suo giorno sta per finire.

11Disse queste cose e poi soggiunse loro: "Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo". 12Gli dissero allora i discepoli: "Signore, se si è addormentato, si salverà".

Gesù parla della morte di Lazzaro come di un sonno. Spesso morte e sonno vengono associati, soprattutto nel Nuovo Testamento. Gesù sembra qui parlare di sonno per sminuire la potenza della morte, di fatto è quello che egli ha compiuto I discepoli però non capiscono, pensano che davvero Lazzaro sia assopito a causa della malattia e che questa non sarà fatale per lui.

13Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno.

Giovanni ci spiega meglio cosa Gesù intendesse e che i suoi discepoli avevano capito parlasse della fase iniziale del sonno

14Allora Gesù disse loro apertamente: "Lazzaro è morto 15e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!".

Allora Gesù parla in modo esplicito e pronuncia una frase piuttosto sconvolgente. Afferma di essere contento di non essere andato prima da Lazzaro. Se fosse stato da Lazzaro, costui non sarebbe morto, come diranno fra pochi versetti anche le due sorelle. La sua gioia deriva dal fatto che la fede dei discepoli sarà pienamente illuminata dal ritorno di Lazzaro alla vita. L’evento è così presente al suo pensiero che concludendo il dialogo come l’aveva cominciato (“andiamo”), Gesù non dice più in Giudea, ma da colui che, ora morto, rivivrà.

16Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: "Andiamo anche noi a morire con lui!".

L’affermazione coraggiosa di Tommaso (il cui soprannome significa “gemello”) dimostra che i discepoli non hanno ancora compreso che la morte di Gesù non sarà una resistenza eroica, ma una scelta di radicale obbedienza al Padre. E’ da ricordare poi che al momento della passione tutti i discepoli scapperanno.

17Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro.

Al suo arrivo, Lazzaro è già da quattro giorni nel sepolcro. Nella mentalità semitica, si riteneva che la morte fosse definitiva a partire dal terzo giorno; giungendo a Betania in ritardo, Cristo fa in modo di togliere tutti gli appigli alla contestazione del miracolo. Prima del terzo giorno, i farisei avrebbero infatti potuto insinuare che quella di Lazzaro non fosse vera morte.

18Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri 19e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello.

Betania non era molto distante da Gerusalemme (circa 3 km) e i giudei potevano venirci agevolmente. Questo prepara la presenza di testimoni al miracolo che Gesù sta per compiere. Molti crederanno a lui, ma altri andranno a riportare il fatto alle autorità di Gerusalemme. I giudei vennero a consolare Marta e Maria per il fratello, non tanto per il loro fratello, ma per colui che faceva parte della comunità dei discepoli di Gesù.

20Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa.

Le due sorelle che insieme hanno fatto ricorso al “Signore” e che esprimeranno il loro dolore con le stesse parole (vv. 21.32) si comportano in maniera opposta di fronte al mistero della morte. Marta corre subito verso Gesù; Maria rimane in casa, “seduta”, come si conviene a una donna in lutto (forse c’è un piccolo riferimento a Lc 10, 39, Maria che rimane seduta ai piedi di Gesù). L’una afferma la speranza nella vita che non finisce, l’altra non sente altro che la separazione ormai avvenuta. A questi atteggiamenti contrastanti corrispondono reazioni differenti di Gesù, attraverso le quali traspare il suo personale coinvolgimento di fronte alla morte.

21Marta disse a Gesù: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! 22Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà".

Lasciando i consolatori, Marta va incontro a Gesù fuori dal villaggio. Dando sfogo al suo dolore, collega la perdita del fratello all’assenza di Gesù, ma non come un rimprovero: essa si rivolge al “Signore”, la cui presenza preserva dalla morte. E in realtà, senza fermarsi, aggiunge che anche ora Gesù può ottenere tutto da Dio, insinuando così, vagamente, che se egli volesse, un miracolo è ancora possibile. La convinzione di Marta che Dio non rifiuta nulla a Gesù, si allinea a quella del cieco nato divenuto vedente.

23Gesù le disse: "Tuo fratello risorgerà". 24Gli rispose Marta: "So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno".

Gesù risponde a Marta che suo fratello risusciterà (anistemi) in un futuro indeterminato. Marta, sempre senza esitazione, lo interpreta nel senso della risurrezione dei morti nell’ultimo giorno, secondo la fede del giudaismo ortodosso. Non si accontenta, ma afferma una certezza. Ma forse, il modo in cui risponde chiede a Gesù di precisare meglio la sua affermazione.

25Gesù le disse: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?".

Gesù risponde con un ego eimi (io sono) di rivelazione e completa questa affermazione con due sentenze che, esplicitandola, richiedono la fede in lui. Queste due sentenze oppongono “vivere” e “morire”. Nella prima sentenza morire ha il senso ovvio del trapasso e vivere ha il senso forte della vita eterna; nella seconda sentenza morire ha il senso forte della perdizione definitiva, della privazione per sempre della vita divina, vivere sembra riferirsi alla situazione di chi è ancora in questo mondo e crede. Il credente dunque è destinato alla vita che non ha termine. Il versetto nel suo insieme abbraccia il presente e l’avvenire perché, pur trattandosi del destino ultimo, è chiaro che il credente, grazie a Gesù diventa fin d’ora un “vivente”, il germe della vita eterna è ormai in lui. Gesù termina il suo annuncio domandando a Marta se crede “ciò”.

27Gli rispose: "Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo".

Come risposta Marta pronuncia una confessione di fede che non ha per oggetto il potere escatologico di Gesù, ma la sua identità. Cominciando con un “io credo” molto deciso, come indica il perfetto del verbo, Marta riconosce nel suo interlocutore il Cristo e il Figlio di Dio. La finale “colui che viene nel mondo”, pur senza essere un titolo in senso stretto, confessa che Gesù è Colui che, inviato dall’alto, dà compimento all’attesa d’Israele. In tre battute, Marta è passata dalla convinzione di un rapporto privilegiato di Gesù con Dio al riconoscimento dell’inviato escatologico, mediante il quale il Regno di Dio si è fatto vicino. Marta è passata dalla fede giudaica a quella cristiana.

28Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: "Il Maestro è qui e ti chiama".

Come Andrea chiamò Pietro a conoscere Gesù, così una delle due sorelle chiama l’altra. Il cammino della fede si compie attraverso l’invito dei fratelli. Perché Marta chiama Maria di nascosto? Forse per non rendere ufficiale l’arrivo di Gesù davanti ai giudei? Sembra più probabile che Marta voglia che anche Maria possa parlare con lui in libertà, senza persone estranee che li ascoltano.

29Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. 30Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro.

Gesù sembra obbligare le due sorelle a venire da lui. L’incontro con il Signore ci invita sempre ad uscire da noi stessi, a fare anche solo un piccolo passo verso di Lui.

31Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.

I giudei seguono Maria, fraintendendo le sue intenzioni. Questa informazione introduce narrativamente la presenza di numerosi testimoni al miracolo della risurrezione di Lazzaro.

32Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!".

Maria si getta i ai piedi di Gesù, il suo “Signore” ed esprime il lamento con le parole della sorella. A ben guardare c’è una piccola differenza. Maria dice: “Se tu fossi stato qui, non mi sarebbe morto il fratello”. Il significato non cambia sostanzialmente, ma la frase formulata così, lascia intravedere una carica emotiva più forte, che forse è un tratto peculiare del carattere di Maria di Betania. Maria però non dice altro, non fa appello all’onnipotenza di Gesù: per essa la fatalità della morte si impone ed essa scoppia in lacrime.

33Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato,

Giovanni registra delle reazioni emotive in Gesù, che però non sono molto specificate. Il primo di questi verbi “fremette” (embrimaomai) significherebbe sgridare o indignarsi contro qualcuno. Gesù non sgrida nessuno, ma freme nel suo spirito, in se stesso, non si sa bene per quale motivo, forse per la mancanza di fede dei presenti, o come reazione di fronte al dolore provocato dalla morte. Si turbò è un termine che verrà utilizzato per descrivere lo stato d’animo di Gesù di fronte alla sua ora imminente “La mia anima è turbata” Gv 12,27. Questi due verbi “fremere” ed “essere turbato” ci fanno dire che la situazione pone Gesù davanti alla realtà della morte, non solo quella di Lazzaro, ma la sua, ormai imminente. Gesù reagisce con una lotta interiore, simile a quella espressa nel salmo 42,6: “perché sei triste anima mia, perché ti agiti in me?”, che i primi cristiani attribuirono presto a Gesù.

34domandò: "Dove lo avete posto?". Gli dissero: "Signore, vieni a vedere!".

Alla domanda di Gesù circa il sepolcro di Lazzaro, l’evangelista riporta una risposta costruita sullo stesso schema dell’invito rivolto da Filippo a Natanaele: “Vieni e vedi” (v. 34). Si tratta di due verbi che alludono a una conoscenza diretta e personale, fondata sull’esperienza. Per la prima volta, Cristo fronteggia una morte che tocca da vicino la sua sensibilità umana, una morte che gli strappa l’amico e ferisce i suoi affetti umani; per questo, giunto davanti al sepolcro, si commuove profondamente. Ciò conduce implicitamente alla conoscenza della morte come esperienza soggettiva, che Cristo dovrà attraversare come epilogo del suo ministero terreno. Quel che Cristo vede ora in Lazzaro, sa che anche Lui dovrà sperimentarlo; e sa che la sua morte sarà ugualmente, in modo simile a questa che ora ha colpito Lazzaro, una lacerazione degli affetti di coloro che lo amano.

35Gesù scoppiò in pianto. 36Dissero allora i Giudei: "Guarda come lo amava!". 37Ma alcuni di loro dissero: "Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?".

Intorno a Lui la folla si divide: alcuni vedono nelle lacrime di Cristo, il suo amore per Lazzaro; altri si chiedono scettici come mai Egli non abbia esercitato il suo potere per guarire l’amico, così come aveva guarito il cieco nato, che in fondo era uno sconosciuto. Il richiamare il miracolo del cieco non è un caso. Vita e luce vengono messe in relazione come nel Prologo di Giovanni (1,4).

38Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra.

Gesù si turba ancora in se stesso. Se la sua precedente emozione era motivata dallo scontro segreto con la morte, l’interrogazione dei giudei assume un senso che giustifica un altro fremito. Sì, Gesù avrebbe potuto evitare che Lazzaro morisse! Ma Gesù un può evitare la propria morte, egli dovrà affrontare la potenza nemica che distrugge l’opera di Dio e che il Figlio dell’uomo deve vincere.

Nella storia della risurrezione di Lazzaro l’evangelista anticipa in figura ciò che attende Gesù stesso. Ce lo ricordano alcuni piccoli indizi: la pietra davanti all’ingresso della tomba, le bende, il sudario (Gv 20,1.5.7).

39Disse Gesù: "Togliete la pietra!". Gli rispose Marta, la sorella del morto: "Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni".

La tomba di Lazzaro è una grotta chiusa da una pietra. Gesù ordina di togliere la pietra, ma l’esecuzione viene ritardata, perché Marta inorridita, vi si oppone. Questa reazione contrasta con la luminosa certezza che aveva mostrato in precedenza, e Gesù appare ancora più solo davanti al potere della morte. Tuttavia la funzione immediata dell’intervento di Marta è quello di sottolineare i quattro giorni e la corruzione del cadavere. La pietra è anche simbolo del carattere definitivo della morte. Togliere la pietra è riaprire la comunicazione tra vivi e morti. Per opera di Gesù le porte degli inferi si aprono e i giusti escono verso la luce delal conoscenza del Padre.

40Le disse Gesù: "Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?".

Gesù richiama Marta alla professione di fede che aveva compiuto poco prima. Al tempo stesso richiama il lettore a quanto Gesù aveva affermato all’inizio di questo brano di vangelo (11,4). Ancora una volta la gloria di Dio esprime il senso ultimo che include i diversi significati dati da Gesù alle sue opere. Il pensiero si porta su Dio, origine di ogni vita, la cui gloria qui, implicitamente, è la creazione nuova che egli suscita al di là della decomposizione prodotta dalla morte. La condizione per vedere la gloria di Dio è la fede.

41Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: "Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato.

Ora Gesù alza gli occhi verso l’alto. Si verifica qui un nuovo superamento di frontiera: dalla terra al cielo. Gesù è in continua comunicazione con il Padre suo e i presenti potranno riconoscerlo. La preghiera che Gesù formula non è una domanda ma già un ringraziamento. Gesù sa che il Padre lo ha già esaudito (akouein). Il verbo greco è il medesimo che indica l’ascolto da parte di Gesù delle opere del Padre. Gesù ringrazia per essere stato esaudito, ma cosa aveva chiesto? Forse al di là del miracolo di Lazzaro egli ha chiesto la forza per affrontare l’ora della sua morte.

9

42Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato".

La preghiera è stata fatta perché la folla creda “che tu mi hai inviato”. Questo si collega con l’inizio del brano, v. 4, che parlava della glorificazione del Figlio. L’interruzione provocata da Maria e la preghiera di Gesù davanti alla tomba aperta hanno ancora differito l’evento del miracolo, ma ne hanno esplicitato il senso.

43Detto questo, gridò a gran voce: "Lazzaro, vieni fuori!". 44Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: "Liberàtelo e lasciàtelo andare".

Il miracolo in sé è descritto rapidamente in due versetti. Gesù, il Figlio dell’uomo la cui voce si farà udire da coloro che giacciono nelle tombe (Gv 5,28) grida con voce forte chiamando Lazzaro per nome. Gesù è il servo annunciato da Isaia che fa uscire i prigionieri dalle tenebre (Is 42,7). L’ordine dato ingiunge innanzitutto a Lazzaro di venire qui, vicino a Gesù. Per fare ciò Lazzaro deve lasciare il luogo dove si trova, uscire fuori. Il morto esce, ancora legato dalle bende e col viso coperto da un sudario; è una specie di secondo miracolo il fatto che egli possa uscire dalla tomba conciato a quel modo. Vi è qui un allusione alla risurrezione di Gesù: essendosi consegnato da se stesso Gesù lascerà le bende riposte e il sudario piegato a parte (Gv 20,7). Inoltre le bende che Lazzaro ha ancora addosso, simboleggiano che egli ritorna solo temporaneamente sulla terra. Gesù invece le abbandonerà definitivamente. Infine Gesù ordina di sciogliere Lazzaro e di lasciarlo andare. Gesù si mette da parte e lascia che il miracolato vada per la sua strada.

45Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Il racconto non ci dice quale fu la reazione di Lazzaro, né quella delle sorelle. Il protagonista è Gesù che va verso la sua morte e risurrezione: tra i testimoni del miracolo vengono segnalati soltanto i giudei, dai quali dipenderà il seguito della narrazione.

 

 

Orazione Finale

 

La vita che abbiamo ricevuto dai nostri genitori
e porta con sé il loro contrassegno,
il loro marchio di origine,
è irrimediabilmente legata
al limite, alla fragilità, ad un termine.
Il nostro corpo è destinato, dunque,
a crescere, a svilupparsi,
ma anche ad invecchiare, a morire.
La vita che viene da te, Gesù,
può sconfiggere la morte
e attraversarla, senza esserne intaccata,
per raggiungere la pienezza dell’eternità.
È la stessa vita di Dio che si espande dentro di noi
fino a trasformarci e a condurci
verso un compimento sorprendente.
Questa vita non è un diritto, ma un dono
offerto a tutti quelli che credono in te,
che ti affidano l’esistenza terrena,
sapendo di essere in buone mani,
certi di non sbagliarsi mettendo
i loro passi sui tuoi per conoscere,
oltre la morte, la risurrezione.
Sì, solo tu puoi strapparci alla morte
e donarci un approdo che ci ricompensa
di ogni sacrificio, di ogni fatica,
affrontati per restarti fedeli.
Tu sei la risurrezione e la vita
e quindi apri i nostri sepolcri,
fai rotolare via tutte le pietre
che ci tengono imprigionati
e ci fai partecipare ad un’esistenza nuova.
Deposti come un seme nella terra,
diventiamo una spiga dai molti chicchi.

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