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20 OTTOBRE 2019 

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image006 Dal vangelo secondo Luca 18, 1-8

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

 

“IN UNA CITTÀ VIVEVA UN GIUDICE, CHE NON TEMEVA DIO NÉ AVEVA RIGUARDO PER ALCUNO. IN QUELLA CITTÀ C’ERA ANCHE UNA VEDOVA, CHE ANDAVA DA LUI E GLI DICEVA: FAMMI GIUSTIZIA”.

Proviamo ad esaminare i personaggi della parabola. C’è un giudice: un brutto tipo che nessuno di noi vorrebbe incontrare. È uno che non crede in nulla. È ateo e disumano, non gli importa di nessuno, insomma, un perfetto egoista inattaccabile sul cui cuore anche le suppliche più accurate rimbalzano come palle di gomma. Dall’altra parte c’è una vedova. È sola, priva di appoggi, non ha raccomandazioni da nessuno, non ha avvocati difensori, neanche d’ufficio. Deve battersi da sola non solo contro il suo contendente, ma anche contro il giudice. È debole, la battaglia sembra persa in partenza eppure questa poveretta non si perde d’animo: essa incalza, perseguita questo giudice, lo bracca in tutte le occasioni, gli toglie il fiato, non si spaventa delle male parole, e quello, alla fine, toccato proprio nel suo egoismo, deve cedere. Ecco il primo grande insegnamento di questa parabola: la debolezza ha prevalso sulla forza. È come se Gesù dicesse: “Non preoccuparti, non spaventarti della tua debolezza: è allora che, se giochi bene le tue povere carte, sei forte. Guarda mia Madre: lo aveva capito bene quando lodava Dio perché guardando alla sua debolezza aveva fatto cose grandi in Lei. Quando sei sicuro di essere debole non andare a cercare appoggi altrove: l’arma decisiva è proprio la debolezza. Non stancarti se la risposta si fa attendere, non perderti d’animo se anche Dio sembra essere sordo. Ricordati che se tu sei debole, anche Dio ha una debolezza, è un Dio che ama, quindi ben vulnerabile. Dio non è come il giudice ingiusto: Egli gradisce che tu vada ad importunarlo”.

 

 

Preghiera

Quella vedova, certo, è stata insistente,
forse addirittura petulante,

ma lo ha fatto perché sapeva

che prima o poi sarebbe stata esaudita.
Certo, Gesù, il Padre tuo

non è un giudice disonesto

e quindi non dev'essere convinto
ad ascoltare le nostre preghiere,
non dobbiamo strappargli un favore
da elargire magari controvoglia.

No, il Padre ci ama e lo fa

prima ancora che noi lo amiamo.
Lo fa con larghezza, con tenerezza,
non rispetta misure e confini.

E tuttavia chiede la nostra fede,

la certezza che egli interviene sempre
a favore di chi lo invoca.

È vero, la preghiera è, in fondo,

uno specchio preciso della fiducia
che gli riserviamo quotidianamente,
è la dimostrazione che ci sentiamo
accolti ed esauditi nonostante

le nostre fragilità e i nostri limiti.

La preghiera è il respiro della nostra anima,
è il filo rosso che ci tiene costantemente
uniti a Dio e ai nostri fratelli,

nell'ascolto e nella meditazione,
nell'intercessione e nella supplica,

ci fa vibrare al ritmo della sua parola,
ci fa agire al soffio del suo Spirito,

ci fa cogliere in mezzo a tante orme
le tracce del tuo passaggio,

i segni della tua presenza.

 

 

 

 

Aneddoto

Durante la prima guerra mondiale, un giovane medico, il dottor Agostino Gemelli, viveva una forte crisi di fede ed era indeciso sul cosa fare della sua vita. Prestava intanto servizio in un ospedale militare e lo spettacolo dei feriti della guerra assurda lo turbava ancora di più. Un giorno lo chiamò un giovane militare gravemente ferito e gli disse: «Io sto morendo e sono certo che mia madre, se fosse qui, mi darebbe un bacio. Vorrei che foste voi a darmi un bacio, l’ultimo saluto». Il giovane medico sentì come un brivido di fronte a quel viso sporco di sangue: ma lo baciò. Da quel momento, egli trovò serenità. Si fece poi frate francescano e fondò l’Università Cattolica. 

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